giovedì 10 marzo 2016

L'odio di Catullo deriva dal suo grande amore

Catullo, carme 8

Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas.
fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat,
fulsere vere candidi tibi soles.
nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
scelesta, vae te, quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
at tu, Catulle, destinatus obdura.

 

Misero Catullo, smetti di impazzire,

e ciò che vedi morto, considera che è perduto.

Brillarono un tempo per te splendidi giorni,

quando andavi dove la fanciulla ti conduceva

amata da noi quanto non sarà amata nessuna.

Lì quando quei molti momenti giocosi accadevano,

che tu volevi, né lei non voleva,

brillarono veramente per te splendidi giorni.

Ora ormai quella non vuole: anche tu non volere, tu che non puoi,

non inseguire lei che fugge, non vivere infelice,

ma resisti con la tua mente ostinata, tieni duro.

Addio fanciulla, ormai Catullo resiste,

né richiederà né vorrà te che non vuoi.

Ma tu soffrirai, quando non sarai richiesta da nessuno.

Sventurata, guai a te, quale vita ti rimane?

Chi ora si avvicinerà a te? A chi sembrerai bella?

Chi amerai ora? Di chi si dice che tu sia?

Chi bacerai? A chi morderai le labbra?

Ma tu, Catullo, ostinato resisti.

 

Il carme numero 8, scritto da Catullo, è un monologo interiore che affligge l’autore. L’animo di Catullo tende a rassegnarsi, poiché si rende conto di non essere ricambiato. Allo stesso tempo egli cerca di illudersi che la sua amata in passato l’abbia amato, dimenticando che per lei la situazione sia sempre stata la stessa. Non sono mai esistiti “candidi soles” per Clodia, o perlomeno più candidi del solito. Nella prima fase dell’innamoramento, magari per Catullo le giornate dovevano essere più soleggiate di quelle in cui aveva compreso di essere uno dei tanti clienti di Clodia. Si nota la differenza del concetto d’amore tra i due: lui dice di aver voluto fortemente trascorrere la sua vita con lei, invece per esprimere la volontà dell’amata usa una litote “né lei non voleva”. Catullo prova a convincersi che resisterà, che non cadrà più nella trappola di Clodia.

Catullo - Google immagini

E nonostante si mostri arrabbiato nei suoi confronti, sorge il suo lato ancora innamorato, quando si rivolge alla ragazza con parole dolci, evidenti non soltanto nella traduzione, ma anche in latino: “bella” è espresso con l’aggettivo “bella” e non “pulchra”, anche per sottolineare che a parlare è un poeta molto giovane, che si serve di un linguaggio quotidiano. Dai versi notiamo che l’autore è in confusione, ma d’altronde dobbiamo giustificarlo: chi di noi non entra in confusione, quando è innamorato? In particolar modo in una situazione come questa. Anche l’odio che esterna nel carme è una forma d’amore. Più si ama una persona, più ci si rende conto che non la si può avere, più si odia il momento stesso, più si arriva ad odiare. È difficile pensare che si possa passare dall'amore all'odio verso una stessa persona, mentre in realtà è più semplice di quanto sembri; ami una persona per ciò che è da sola e per ciò che potrà essere insieme a te. Ecco perché cominci a odiare ciò che continua ad essere da sola senza di te. L’odio di Catullo deriva dal suo grande amore, non potrà mai superare quest’ultimo, andranno di pari passo; ma se smetti di amare una persona, smetterai di odiarla… se smetti di odiarla, la amerai ancora di più.  

F. V.

martedì 8 marzo 2016

La donna nella società germanica

Oggi abbiamo letto, tradotto e commentato dei passi tratti dal "De bello Gallico" di Cesare e dalla "Germania" di Tacito, sul ruolo della donna nella società germanica. Continuate a seguirci per leggere i commenti e le riflessioni dei nostri ragazzi sui brani:


Cesare nel VI libro del “De bello Gallico”, parlando delle abitudini dei Germani, ci dice che la loro purezza e semplicità si denota anche dal fatto che le donne, quando si lavano al fiume, siano ricoperte di poche pelli e lascino il corpo quasi totalmente nudo. 

21. Intra annum vero vicesimum feminae notitiam habuisse in turpissimis habent rebus; cuius rei nulla est occultatio, quod et promiscue in fluminibus perluuntur et pellibus aut parvis renonum tegimentis utuntur magna corporis parte nuda.
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Al contrario, considerano il frequentare una donna prima del ventesimo anno d’età tra le cose più vergognose; e di questo non c’è nessun occultamento, poiché sia si fanno il bagno promiscuamente nei fiumi, sia si servono di pelli o di corte pellicce, lasciando nuda gran parte del corpo.


Tacito invece analizza con maggiore dovizia di particolari il ruolo della donna nella società germanica: il quadro presentatoci dallo storico evidenzia, come aveva già accennato Cesare, la purezza d’animo e la grande moralità delle donne dei Germani.

Evidentemente Tacito vuole condannare, attraverso la descrizione delle donne germaniche, la corruzione morale di molte donne romane (nel caso di Cesare, Cleopatra, e nel caso di Tacito, Agrippina).
Si assiste così ad un capovolgimento dei ruoli: ora sono i Germani ad essere superiori ai Romani.
Basta analizzare il capitolo 20:

20. Nec virgines festinantur; eadem iuventa, similis proceritas: pares validaeque miscentur, ac robora parentum liberi referunt.  Heredes tamen successoresque sui cuique liberi, et nullum testamentum.

Non hanno fretta di far sposare le ragazze; esse hanno lo stesso vigore giovanile dei maschi, e simile la statura: prendono marito quando hanno la medesima prestanza del loro compagno, e i figli rinnovano la forza dei genitori. Tuttavia gli eredi dei beni e i successori sono i propri figli, e non hanno alcun testamento.

Le donne non hanno solo il compito di accudire i propri figli, si rivelano d’aiuto anche in battaglia, poiché corrono in aiuto dei mariti e rappresentano dunque la sintesi perfetta fra la Lucrezia di Tito Livio, fedele al marito fino alla fine, e le Sabine, che si lanciano tra le schiere mostrando il proprio petto, proprio come le donne Germaniche.

8. Memoriae proditur quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata comminus captivitate, quam longe inpatientius feminarum suarum nomine timent. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt.


Si sa di certi eserciti incerti e già sul punto di ripiegare riorganizzati dalle donne attraverso la costanza delle preghiere, opponendo il loro petto e il fantasma dell'imminente schiavitù, che temono con assai maggiore insofferenza più per le loro donne che per loro stessi. Ritengono anzi che nelle donne vi sia qualcosa di inviolabile e di provvidenziale, non osano sottovalutare i loro consigli o trascurare i loro responsi.

Nell’ultimo passo, Tacito riporta un dettaglio che a prima vista sembrerebbe confermare l’arretratezza culturale dei Germani, ma che, visto dai lettori romani, diventa un valore positivo.
Stiamo parlando dell’impossibilità per le donne Germaniche di recarsi agli spettacoli pubblici.


19. Ergo saepta pudicitia agunt, nullis spectaculorum inlecebris, nullis conviviorum inritationibus corruptae. Litterarum secreta viri pariter ac feminae ignorant.


Pertanto vivono in una riservata pudicizia, non corrotte né dalle lusinghe degli spettacoli né dalle provocazioni dei convivi. Le donne sono analfabete [ignorano i segreti delle lettere] proprio come gli uomini.

Ovidio, infatti, aveva detto che le donne romane erano solite frequentare spettacoli e banchetti e che proprio in queste circostanze, per i giovani romani, doveva essere molto semplice trovare l'amore.
19. Paucissima in tam numerosa gente adulteria, quorum poena praesens et maritis permissa: abscisis crinibus nudatam coram propinquis expellit domo maritus ac per omnem vicum verbere agit; publicatae enim pudicitiae nulla venia: non forma, non aetate, non opibus maritum invenerit. 

In  una popolazione tanto numerosa sono rarissimi gli adulteri, la cui punizione è immediata ed è affidata ai mariti: il marito, tagliati i capelli (della moglie) e denudatala, alla presenza dei parenti la viene cacciata di casa e poi frustata per ogni strada; non c'è infatti alcun perdono per chi ha perduto l'onore: non varrà né la bellezza, né l'età, né le ricchezze per trovare un marito.

Ora, Tacito si sofferma a riportare la situazione germanica circa il matrimonio e l’adulterio, che è in netto contrasto con quello che accade a Roma, infatti:

Sic unum accipiunt maritum quo modo unum corpus unamque vitam, ne ulla cogitatio ultra, ne longior cupiditas, ne tamquam maritum, sed tamquam matrimonium ament.

Un solo marito ricevono così come hanno un solo corpo e una sola vita, perché il loro pensiero non vada oltre e non si prolunghi il desiderio e perché amino non tanto il marito, bensì il matrimonio.

mercoledì 2 marzo 2016

Riflessioni sul carme 101 di Catullo


Catullo, carme 101
 
Multas per gentes et multa per aequora vectus
     advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
     et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
     heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
     tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
     atque in perpetuum, frater, ave atque vale.
 
Dopo aver viaggiato per molte genti e per molti mari
sono qui, o fratello, per portarti queste misere offerte funebri,
per donarti l’ultimo dono della morte
e per parlare invano alla tua cenere muta,
dal momento che la sorte mi ha portato via da te, proprio te,
povero fratello indegnamente strappatomi.
Ora tuttavia, queste offerte, che secondo l’antica usanza degli avi
ti sono state portate come triste dono funebre,
accettale, grondanti di molto pianto fraterno,
e per sempre, fratello, ti saluto: addio!
 

Nonostante la realtà in cui vive Catullo sia quella di un amore non corrisposto, poiché è innamorato di una donna che non potrà mai ricambiare questo sentimento, l’unico carme veramente intriso di dolore che scrive è quello dedicato al fratello, ormai deceduto. Forse perché l’amore che si prova verso un membro della propria famiglia supererà sempre qualsiasi tipo di sentimento, sarà sempre più forte di ogni difficoltà, di ogni ostacolo che si presenta dinanzi a noi.
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Nel componimento vi è una contrapposizione, perché il poeta afferma di parlare invano alle ceneri del proprio caro, ma nonostante ciò percorre un lungo viaggio per raggiungere la tomba del fratello, per dedicargli un ultimo saluto. È come se Catullo non riuscisse a realizzare la perdita del fratello e cercasse a tutti i costi di creare un dialogo, un contatto con lui; oltre a soffrire per il decesso, soffre anche per il modo in cui è morto il fratello, ovvero lontano dalla patria, ed infatti utilizza l’avverbio “indegnamente”, indigne. Catullo termina il carme con le parole “ave atque vale”: “ave” è il saluto che i Romani si scambiavano quando si incontravano, “vale” quello con cui si lasciavano, momentaneamente o per sempre.
Oggi spesso risulta facile perdere il senso della famiglia, non metterla al primo posto, pensare di più agli amici e al divertimento. Il carme ha riportato in me l’importanza che si può attribuire solo ad un valore come quello familiare. Dunque ogni volta, prima di commettere errori nei confronti di una persona cara, invito me stessa e voi a riflettere sulle parole significative di Catullo.
 
D. B.

martedì 1 marzo 2016

Una tale offesa costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno


Catullo, carme 72

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gniatos diligit et generos.

nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,

multo mi tamen vilior et levior.

qui potis est, inquis? quod amantem iniuria talis

cogit amore magis, sed bene velle minus.

 

Una volta dicevi che tu conoscevi solo Catullo,

o Lesbia, e che al posto mio non avresti voluto avere (neanche) Giove.

Allora ti amai non tanto come il volgo (ama) un’amica,

ma come un padre ama i figlio ed i generi.

Adesso ti ho conosciuta: perciò, anche se brucio intensamente,

tuttavia mi (sei) più vile e più leggera.

Com’è possibile, rispondi? Perché una tale offesa

costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno.

 

Questo carme mi ha colpito molto, non tanto per la costruzione delle parole, quanto per il messaggio che il povero Catullo vuole lasciare a Clodia. Egli infatti dice espressamente di amarla, ma non è un amore normale, bensì è l’amore che solo un padre può provare per i figli e parenti, quell’amore vero, sincero. Ma la cosa più importante è che lui, nonostante tutte le offese, le promesse non mantenute, il trattamento ricevuto da comune "cliente", ami Clodia ancora più di prima.

Un altro aspetto che mi ha fortemente colpito, è che l’autore non si arrende mai, nonostante sappia benissimo che quello è un amore “impossibile”, continua ad amare Clodia e farà sempre di tutto pur di stare con lei.

Questa, a mio avviso, è la definizione più vera in assoluto della parola “amore”,  un "parolone" che al solo pensiero intimidisce tutti, me compreso, ma è un sentimento che ti porta a fare cose folli - vedi Catullo - che non ci si aspetterebbe mai.
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L’amore regala sensazioni che, se vissute, portano via su di un altro pianeta, un universo parallelo in cui c’è solo la persona che amiamo; ogni attimo insieme è d’oro e va sfruttato al meglio, niente e nessuno è più importante, perché lei colma ogni necessità. Questo è l’amore, ed io lo sto imparando in questo periodo della mia vita, leggendo questo folle d’amore, che scrive cose profonde, ed anche questa è la bellezza del Liceo Classico e di questi “frammenti di carta da quattro soldi”, così definiti erroneamente da molti, parole che ti permettono di capire il vero valore di questi sentimenti che a volte minimizziamo, per pigrizia o altre stupide motivazioni che caratterizzano il nostro secolo.

Concludo dicendo che oggi parliamo molto di globalizzazione, progresso, etc... quando poi non siamo ancora in grado di capire a fondo questi sentimenti, e l’unica soluzione è proprio leggere questi scritti di questi autori che, seppur banali all’apparenza, riescono a cogliere l’essenza dell’esistenza.
 
S. F.

giovedì 25 febbraio 2016

Saffo, gli effetti dell'amore

L’ode di Saffo descrive la potenza dell’amore e i suoi effetti devastanti sull’animo. Esprime l’amore che la poetessa prova per una fanciulla, appartenente al tiaso, che deve partire perché promessa in sposa ad un uomo tramite un “contratto matrimoniale”:

Saffo, fr. 31 V 

φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν' ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι

ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
    σας
ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ' ἦ μὰν                                                               τό μοι μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ <ἔς> σ' ἴδω βρόχε' ὤς με φώναισ'                                                  ὠς σε γὰρ ἴδω             φώνας

    οὐδ' ἒν ἔτ' εἴκει,
ἀλλ' †κὰμ μὲν γλῶσσα †ἔαγε λέπτον                                                         ἄκαν
δ' αὔτικα χρῶι πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ' οὐδ
ὲν ὄρημμ', ἐπιρρόμ-                                                        οὐδ' ἒν                ἐπιβρόμεισι
    βεισι δ' ἄκουαι,
†έκαδε μ' ἴδρως [ψῦχρος] κακχέεται τρόμος δὲ                                        κ
ὰδ δέ μ' ἴδρως
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ' ὀλίγω 'πιδεύης
    φαίνομ' ἔμ' αὔται·
ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ †καὶ πένητα†
 
Mi sembra simile agli dei
quell’uomo, che siede davanti a te
e vicino ti ascolta
parlar dolcemente e
ridere amorosamente.
A me questo sconvolge il cuore nel petto,
ti vedo appena e non riesco più
a parlare,
la lingua si spezza, un fuoco sottile
mi corre sotto la pelle,
gli occhi non vedono più,
le orecchie rimbombano,
mi prende un sudore gelido.
Mi afferra tutta un tremito
e sono più verde dell’erba
Mi sembra di morire
Ma tutto si può sopportare…
 
 


Qui Saffo vede come un dio l’uomo, poiché siede di fronte alla fanciulla e l’ascolta ridere e parlare; la gelosia ha il sopravvento, come hanno il sopravvento le emozioni che prova in quel momento: il cuore perde il battito, la lingua non riesce più a muoversi, il fuoco la pervade e la fa sudare freddo, non vede e non sente niente; pensa che sta per morire. Si è lasciata trasportare troppo da questo sentimento, tanto che la sta conducendo fino alle porte dell’Ade. Rispetto a Catullo nel carme 51, Saffo esprime ancora meglio la sofferenza che la pervade. Ha scritto un’ode che rappresenta l’amore femminile, incondizionato, un amore da cui dipende la vita stessa. Esprime completamente i suoi sentimenti, rivelando il suo animo al lettore, aprendo la sua mente e il suo cuore, mostrando non solo gli effetti interni di questo amore (la lingua spezzata, le orecchie che rimbombano, il cuore sconvolto, gli occhi che non vedono più, un fuoco che passa sotto le membra), ma anche quelli esterni (è verde come l’erba, la prende un sudore gelido e sente che sta per morire). Catullo, invece, non dimostra esternamente ciò che sta provando, tiene tutto dentro sé. Ma una cosa in comune è che entrambi soffrono per il medesimo motivo… l’amore.


Ma cos’è l’amore? L’amore è un sentimento che spesso viene confuso con l’amicizia. Anche io spesso faccio questo errore. Ma l’amore è quel sentimento che dà vita ad una scintilla che man mano diventa un fuoco che scioglie il ghiaccio che circonda il nostro cuore. L’amore converte tutto ciò che è grigio in qualcosa di perfetto.
Saffo | © Google immagini
 L’amore è una strada che percorriamo con la persona che diventa la luce dei nostri occhi, la luce che non smetteremmo mai di osservare perché non ci basta mai. Quella persona è il centro del nostro universo, è una delle nostre ragioni di vita. Non possiamo allontanarci da lui/lei, perché è come ossigeno per i nostri polmoni. È la persona a cui pensiamo costantemente e con cui vorremmo passare ogni secondo della nostra vita. È la persona per cui saremmo in grado di sacrificarci. È la persona che non vorremmo mai perdere che non avremmo il coraggio di lasciare.

L’amicizia invece è un legame invisibile che tiene unite due persone che si completano. L’amicizia ci permette di avere qualcuno con cui parlare, con cui sfogarsi, qualcuno con cui condividere le nostre pene e le nostre gioie, è una fabbrica di ricordi e di momenti che rimarranno impressi nel nostro cuore, scolpiti nella nostra mente e tatuati sulle nostre palpebre. L’amico è colui che rende la nostra giornata un’avventura, è la persona che non ci stancheremmo mai di avere al fianco, che ci ascolta, che ci vede cadere, cerca di salvarci, ma se non ci riesce decide di andare incontro al nostro stesso destino e non si pente della sua scelta. È colui che cerca in tutti i modi di farci ridere, che ci difende ed è sempre dalla nostra parte, anche se è solo contro tutti. È la voce che ci consolerà, la spalla su cui piangeremo, sono gli occhi che ci seguiranno per infonderci coraggio e dire “ce la puoi fare, non sei solo”, le braccia che ci stringeranno, è la mente che ragiona nel nostro stesso modo, è la presenza invisibile ma costante, che ci accompagnerà lungo il nostro viaggio, è il pugno che abbatterà i nostri ostacoli, è il corpo che ci farà da scudo. È la persona di cui ci fidiamo ciecamente e che, una volta conosciuta, farà sempre parte di noi.
A.L.
 

lunedì 22 febbraio 2016

Catullo, l'amore e l'odio

Catullo - Carme 85

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.
 

È un carme scritto da Catullo per Lesbia, il suo amore, il cui vero nome è Clodia. È un amore contrastante. L'autore combatte continuamente tra due sentimenti opposti e passa dall’uno all’altro con una facilità sconcertante. Ama Clodia perché ormai è il suo tutto e la sua ragione di vita, la odia perché l’amore non è ricambiato, lei lo vede solo come uno dei suoi tanti clienti. Quello che Catullo sta cercando è un amore impossibile da raggiungere con lei, quello che riesce ad avere è solo l’amore di una notte, una notte per lui di grande importanza, ma per lei, uguale a tante altre. Catullo | © Google immagini
 
 Sa di sbagliare, sa di non dover più pensare a lei, ma ormai è troppo tardi, ormai non gli rimane altro che il tormento. Questo è un amore che non potrà vivere come lui desidera e per questo comincia ad odiarlo. È difficile amare qualcuno che non si può amare, è uno degli effetti collaterali dell’amore, un sentimento tanto bello quanto letale, bello quando trovi la persona che rappresenta il pezzo mancante del tuo puzzle, letale quando pensi di aver trovato questo pezzo, ne sei sicuro, ma alla fine non combacia perché appartiene ad un altro puzzle. Incominci, così, a provare il sentimento opposto, cominci ad odiare tutto e tutti. L’uomo in generale preferisce odiare perché ha la certezza di poter solo far soffrire, piuttosto che amare, poiché ha la certezza che prima o poi toccherà a lui soffrire. La sofferenza di Catullo si legge anche nella rivisitazione del fr. 31 V di Saffo, poetessa d’amore del mondo greco.
 
Catullo - Carme 51

Ille mi par esse deo videtur,                                                 Mi sembra che sia pari ad un dio
Ille, si fas est, superare divos,                                              Se è lecito, mi sembra che superi gli dei,             
Qui sedens adversus identidem te                                     Colui che, sedendoti di fronte,
Spectat et audit                                                                      continuamente ti guarda e ti ascolta
Dulce ridentem, misero quod omnis                                  mentre ridi dolcemente, cosa che a me misero
Eripit sensus mihi: nam simul te,                                         strappa tutte le facoltà: infatti non appena
Lesbia, aspexi, nihil est super mi                                         ti vedo, Lesbia, non mi rimane più
Tum quoque vocis.                                                                 neppure un fil di voce
Lingua sed torpet, tenuis sub artus                                     ma la lingua si intorpidisce, un fuoco sottile
Flamma demanat, sonitu suopte                                         si insinua sotto le membra, le orecchie
Tintinant aures, gemina teguntur                                       rimbombano per un suono interno, gli occhi si
Lumina nocte.                                                                         ricoprono di una duplice notte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:                                      L'otium, Catullo, per te è un peso
Otio exultas nimiumque gestis.                                           Per l'otium sei troppo felice, ti dibatti.
Otium et reges prius et beatas                                            L'otium già mandò in rovina in passato re e
Perdidit urbes.                                                                        città felici.
 
Sono versi rivelatori della passione di Catullo e della gelosia che prova nei confronti del "lui" che guarda e ascolta la sua amata. Vorrebbe essere quell'uomo, vorrebbe non soffrire come sta soffrendo in questo momento, vorrebbe poter ritrovare la sua voce per parlare con lei, vorrebbe eliminare quel suono che rimbomba nelle sue orecchie per riascoltare la sua voce, vorrebbe tornare a vedere per osservarla, ancora e ancora, ma non può; il fuoco sotto le sue membra, come la notte nei suoi occhi, sarà perenne, perché sa di star rincorrendo un miraggio. L'oggetto del desiderio è troppo lontano, riesce a sfiorarlo qualche volta, e si culla per poco tempo nella felicità del momento, ma quella temporanea felicità lo porterà alla rovina come già ha portato alla rovina regni che un tempo erano stati felici.
 
A.L.

sabato 13 febbraio 2016

La Vera Amicizia

È per me veritiero ciò che Cicerone afferma sull’amicizia, essa permea noi ed è fondamento della società, dal più imponente impero al più misero villaggio. Ritengo infatti che i grandi uomini della storia non avrebbero potuto fare ciò che hanno fatto senza un legame così unico come l’amicizia.
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Alessandro Magno aveva generali fidati come Clito ed Efestione, senza i quali forse non sarebbe riuscito formare un così grande impero. Forse neanche Cesare sarebbe riuscito a governare senza il legame con Mamurra. Lo stesso Cicerone aveva una persona che egli definiva come suo Vero Amico, Attico. Ma, purtroppo, ormai il puro ideale di amicizia, che un tempo forse esisteva, si è molto attenuato; abbiamo oggi esempi di corruzione e declino di questo così puro ed immortale legame. Molti grandi uomini di oggi si vantano di essere riusciti ad arrivare, con le proprie sole forze dove sono, senza capire che ciò che sono riusciti a fare sarebbe aumentato infinitamente se fosse stato fondato su di un tale legame. Nessuno dovrebbe provare alcuna emozione da solo, esse esistono al fine d’essere condivise. Ma volendo definire la parola Amico propongo questa frase di Aristotele:
Vera Amicizia è una sola anima che abita in due corpi, un cuore che batte in due anime.
Ed è cosi per me che un Vero Amico andrebbe visto, il Vero amico è quello con il quale puoi conversare senza aprire bocca, con il quale ti puoi confidare con un solo sguardo ed una lacrima, con il quale puoi fare progetti dicendo solo la prima parola della frase che avevi intenzione di dirgli. Tra mille voci la sua è, per te, una melodia, tra mille pensieri nei suoi rivedi i tuoi, tra mille occhi i suoi parlano ed infatti tutti sentono quello che dici, gli amici ascoltano quello che dici i Veri Amici ascoltano quello che non dici. L’ Amico Vero non è riassumibile in frasi banali come: “se cadi lui ti rialza” perché lui cade con te anche se già sapeva saresti caduto, non è nemmeno vero che  “lui è sempre accanto a te” perché entrambi vi permeate in ogni momento. Siete facce che combaciano di monete diverse. E spesso per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia. La Vera Amicizia ha due ingredienti principali: il primo è la scoperta di ciò che ci rende simili. E il secondo è il rispetto di ciò che ci fa diversi. La Vera Amicizia è un romanzo nel quale si intrecciano continuamente due “io” narranti. Io però  che con il cuore vi ho provato a spiegare qualcosa che in realtà è quasi inspiegabile vi auguro di provarla o la vostra vita vi sembrerà vuota.
 
   
S.S.